sono due anni che ho aperto il blog.
è stato interessante, divertente, costruttivo e ho conosciuto tante belle persone.
sono quasi due settimane che sono arrivata a siviglia, e ci vorrebbe un mese per raccontare quello che già, di bello e strano, mi è successo.
in attesa di trovare un lavoro, ho fatto già due colloqui;
ho visto quasi tutti gli amici;
in casa c'èra un pazzo americano che per fortuna è stato mandato via dopo una settimana;
ho visto qualche spettacolo della biennale di flamenco e altri ne devo vedere, in particolare aspetto quello dell'ultimo giorno dove suona uno dei miei chitarristi preferiti;
ho conosciuto altre bellissime persone...
beh, adesso vado a fare la spesa che ancora praticamente mi manca tutto.
adios!
che non sono i gradi della temperatura, visto il calore romano di questi giorni...
sabato parto, torno a siviglia, finalmente.
fino ad ora sono riuscita a realizzare il sogno che avevo, poter tornare li in anticipo sul previsto.
adesso resta da aspettare e vedere se i semi gettati nei mesi precedenti daranno il loro frutto: un lavoro a siviglia.
sono in attesa di alcune risposte, vi saprò dire.
non sono riuscita a vedere tutti gli amici che avrei voluto, in primis la "sezione bucharin" a parte eli che ho visto 6 minuti nell'androne dell'ufficio...
sono stati due mesi e mezzo molto intensi dove sono successe tante cose (mio fratello si è anche sposato....), però sono passati....
in più, da una settimana è arrivato mio figlio a roma, il che mi ha assorbita particolarmente, in un momento nel quale mi sto organizzando tutto per ripartire...
continuerò a seguirvi, sappiatelo, e a pensarvi, anche se il tempo a disposizione non sarà molto da siviglia.
un caro abbraccio a tutti... e a risentirci presto!
"una donna robusta si alza in piedi in fondo al palcoscenico e si avvicina agli spettatori mentre le chitarre continuano a suonare. sollevando un braccio sopra alla testa, la donna batte il piede con violenza, abbassa bruscamente la mano da una parte e ci fissa con aria di sfida.la musica si ferma e tutti tacciono.
da lei emana un potere che attraversa l'intera piazza.
respirando con vigore, le gambe ben radcate nel terreno, il mento sollevato, gli occhi brillanti, in volto una vivida espressione di dolore. tutti, tra gli spettatori, si concentrano su di lei mentre se ne sta immobile, piegata leggermente in avanti, la testa gettata all'indietro, i capelli neri sciolti, che ricadono sull'abito giallo scuro. allungando le braccia verso il basso, lungo i fianchi, tende le mani aperte, come se stesse ricevendo o assorbendo un'energia invisibile. per un attimo penso che potrebbe non muoversi mai più, non avere perfino mai più bisogno di muoversi, talmente forte è l'incantesimo che ha gettato su di noi. poi, lentamente, lei abbassa la testa fino ad appoggiarla sul petto.
comincia un suono, da qualche parte, basso e profondo: una voce umana che risuona con armonie complesse imprigionate in un'unica nota. presumo provenga dal palcoscenico, ma la canzone, se di canzone si tratta, sembra non avere un piano preciso, e riempie senza sforzo lo spazio attorno a noi, come se fosse acqua. mi sconvolge, come se qualche parte di me, da tempo sopita, primitiva e tormentata, venisse portata allo stato di veglia contro la sua volontà. non ho mai provato nulla di simile prima, e lotto per comprendere quello che mi sta succedendo mentre emozioni che in precedenza non avevo mai provato o che avevo dimenticato cominciano a fluire dentro di me, liberate dalle leve della musica. gli occhi fissi davanti a me, guardola donna che solleva il volto ancora una volta, la bocca parzialmente aperta, e mi renbdo conto che il suono proviene da lei.
sta cantando. ma non c'è nessuna dolcezza nella voce, nessuna piacevole melodia, nessun motivo riconoscibile.
assomiglia più a un grido, aun urlo, un lamento. alle sue spalle i chitarristi cominciano a suonare con battiti brevi, rapidi, con le dita che si increspano sulle corde in strani accordi dal suono moresco. la voce della donna è cadenzata come il richiamo della preghiera del muezzin.
sono preso dalla musica, come se fosse scomparsa qualsiasi separazione tra me e il ritmo. una donna grassa che canta sul palcoscenico, che danz adando l'impressione quasi di non muoversi, e tuttavia io sento che lei mi sta entrando dentro e mi sta trascinando con sè. un senso di gelo, una sorta di sensazione lacerante, si muove dentro di mee arriva fino agli occhi. le lacrime cominciano a sgorgare, mentre il grido dia polmoni di lei trova un eco dentro di mee mi fa desiderare di urlare assieme a lei. mi viene la pelle d'oca, il sangue confluisce verso i piedi. mi ritrovo radicato dove sono, sospeso tra l'emozione che mi viene strappata fuori, come se la mia mente fosse completamente scavalcata, e la vergogna per quello che sto provando.
il canto continua e io divento consapevole del fatto che altri, tra il pubblico, stanno vivendo la mia stessa esperienza. lo posso dire dall'espressione dei loro volti, da un certo sguardo degli occhi, e semplicemente sentendo che la cosa ci ha circondato tutti in un secondo. (...)
il canto finisce, e il pubblico scoppia in un applauso spontaneo, estatico. è un sollievo emotivo, il più grande che si possa immaginare. pedro si sporge verso di me.
"l'hai sentito?" chiede."
ieri ero in libreria, e cercavo un libro sul flamenco.
mi dicono che c'è solo un romanzo che palra di flamenco, leggo le prime righe del prologo e lo prendo.
esco, e mi siedo sulle scalinate della chiesa valdese, al sole.
alle cuffiette sta andando "camaròn el la montilla", un pezzo dal vivo.
e inizio a leggere.
mi viene la pelle d'oca e le lacrime mi salgono agli occhi.
ecco, io non so se questo è quel che si dice "duende", io so solo che ho comprato casualmente un libro di una persona che ha fatto gli stessi passi di quelli che sto facendo io adesso, ossia lasciare tutto (casa, amici, lavoro, affetti, città..) per andare ad esplorare e vivere quel qualcosa che attrae dal profondo.
che appunto, forse, si chiama duende.
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