lunedì, 30 aprile 2007

piove

senti come piove madonna come piove senti come viene giù...e io che chiaramente pensavo fosse estate, mi sono portata un paio di sandali e un paio di scarpette leggere, che dopo tre metri stamattina erano già bagnate.

ok, non mi lamento. che mi sono persa i miei amati occhiali da sole posso dirlo almeno.

se continua lo malotiempo domani torno, altrimenti proseguo fino a sabato, si sta troppo bene qui. domani vanno via tutti i turisti e l'isola si svuota....voi direte: ma tu non sei una turista? no, io mi sento una quasi indigena, ma questa è un'altra storia.

vi abbraccio e buon primo maggio, io domani vado a raccogliere le fave al campo.


postato da: lagrrr alle ore 14:52 | link | commenti (5)
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lunedì, 23 aprile 2007

e ci vorrà una fatica dannata e il cuore saldo

per chi non l'ha già vista, consiglio vivamente di "perdere" 19,37 dei vostri minuti.

http://www.dsonline.tv/dettagliop.aspx?id=5467

con ciò, vi saluto.
spero di disintossicarmi un pocolino, che mi farebbe tanto bene.
a prestissimo e statevi bbuono!
laura

postato da: lagrrr alle ore 22:00 | link | commenti (19)
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evviva le donne....

qualche articolo di stamattina sui quotidiani.
con la speranza che, intanto, segolène celapossafare:

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=E66XY

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=E669P

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=E6691

se poi mi torna l'ispirazione, provo a riscrivere il post sul congresso.

e tanti auguri a rita levi montalcini che oggi compie 98 anni!

non facciamo cadere nel dimenticatoio rahmatullah hanefi
http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/



postato da: lagrrr alle ore 09:34 | link | commenti (12)
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no vabbè....

avevo scritto un lunghissimo appassionato post sul congresso.

mi si è cancellato.

noncelapossofare a riscriverlo.... no noncelapossofare.


postato da: lagrrr alle ore 08:41 | link | commenti (2)
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sabato, 21 aprile 2007

...a caldo



lei, quattro spanne su tutti.
commovente.
oltre tutte le aspettative.
mi sono spellata le mani a forza di applaudirla.
veramente ma veramente brava.
io tifo per lei, senza tentennamenti di sorta.
con tutto il rispetto che ho per il lavoro svolto da fassino, che oggi devo dire mi è davvero piaciuto.
questa frase di freud che ha citato piero fassino e che ho copiato dal blog di ivan scalfarotto, e che mi ero dimenticata, sintetizza un pò il mio pensiero e il mio modo di essere:

“Se alla vita togli il rischio, alla fine alla vita resta poco"

Finocchiaro: «Pd, partito delle donne e dei giovani o non sarà»

w.m.


anna finocchiaro

Inizia e finisce tra gli applausi, Anna Finocchiaro. Orecchini rossi, tailleur scuro, elegantissima, parla al "cuore" della platea. Con la ferrea lucidità che la caratterizza si rivolge soprattutto alle donne e ai giovani. Partendo da un presupposto fondamentale: «O il Pd sarà originariamente il partito dei giovani e delle donne italiane o semplicemente non sarà il Pd»

«Siamo un grande partito, abbiamo una grande storia ma da soli non ce la facciamo a rimettere insieme l'Italia», esordisce la Finocchiaro. Tocca il tema della riforma elettorale: «Un quadro politico troppo frammentato resiste a qualunque riforma elettorale, e senza riforme del sistema politico continua a dispensare incertezze sulla durata e sull'efficacia del governare, e rende inaffidabile la promessa elettorale». Poi avverte: «Paese non si cambia solo con il buon governo, ma se milioni di donne e di uomini trovano un'occasione per mettersi in cammino e cambiarlo anche loro il Paese, avendo garantiti per davvero partecipazione e decisione. Questo riguarda le forme di partecipazione che sceglieremo e non può esserci nessuna ambiguità su questo».

E spiega, con forza, tra gli applausi che ritmano le sue parole, come dovrà essere il Pd secondo lei: «Non può essere frutto del rimescolamento dei ceti dirigenti politici dei partiti che lo compongono. Non lo dico perché voglio rispondere ai miei compagni che hanno deciso di non starci, temendo questa deriva. Lo dico proprio per noi, che della necessità del Pd siamo convinti. Se abbiamo un'ambizione al di sotto di questo, lasciamo perdere. Quello non è il Pd è un'altra cosa e non mi interessa, non interessa all'Italia. Se abbiamo deciso un partito nuovo, facciamo un partito nuovo. Mettiamoci tutti, per davvero, in gioco. E sfuggiamo ad ogni tentazione: non voglio essere la sinistra del Pd voglio essere il Pd». Spiega: «Un partito nuovo c'è e ha una forza pari ai compiti che si propone, se è un partito attraente, innanzitutto, per le donne e i giovani, forze inesauste di una società esausta. Per questo non voglio quote, né rosa né azzurre. O il Pd sarà originariamente il partito dei giovani e delle donne italiane o semplicemente non sarà il Pd. Non sarà quello di cui non noi, ma l'Italia ha bisogno. I miei compagni della sinistra che se ne vanno ritengono che il Pd sarà un partito moderato, che nasce con questa cifra. E io mi chiedo cosa invece possa esserci di più radicale di un partito che riunisca, e massimizzi, la spinta di cambiamento dei riformismi italiani".

Ma tutto questo, prosegue Finocchiaro, «non vogliamo farlo da soli, non possiamo più farlo da soli. Abbiamo bisogno d'umiltà e di dirci che già da tempo la nostra parola politica, la nostra cultura politica non basta più neanche a noi stessi. Che abbiamo saccheggiato altre culture, altre esperienze politiche perché avevamo fame di «parole per dirlo» e non ne avevamo utili di nostre. Ma diciamocelo francamente compagne e compagni: da soli non ce la facciamo. E non è solo questione di percentuali elettorali. Siamo un grande partito, abbiamo una grande storia ma da soli non ce la facciamo a rimettere in piedi l'Italia»

Parla anche della collocazione del partito che nascerà: «Oggi in Europa è nel campo delle forze socialiste che c'è l'idea di Europa aperta e inclusiva che vogliamo. Non si tratta di essere ospiti in casa di altri, ma protagonisti dentro una casa da far diventare più grande e da cambiare insieme».

Si rivolge anche lei a Mussi e alla seconda mozione: «È il tempo di costruire, e ci vorrà una fatica dannata, e un cuore saldo. Non mi rassegno a pensare che questo, compagne e compagni, noi non lo costruiremo tutti insieme. Mi pare insensato per noi, per voi. Ma la decisione è presa e vi auguro buona fortuna. Non perdiamoci di vista»

Poi, si avvia alle conclusioni: «Facciamo un partito nuovo. Non è più l'89. Stavolta non siamo incalzati dalla storia, stavolta proviamo a farla noi la storia. E la facciamo senza guardare indietro. È tempo di legare all'albero una vela e di combinare la rotta alla deriva. Io non ho paura. Sento il peso, enorme certo, della responsabilità. Ma possiamo farlo. Il nostro Paese ha bisogno di una politica migliore. Il Pd dipenderà da noi, potrà esserne il suo migliore interprete. Per essere all'altezza della nostra storia, per essere all'altezza del futuro, per essere utili all'Italia».

Mentre la Finocchiaro scende dal palco, accolta da Fassino, l'entusiasmo della platea è alle stelle. Anche per lei è una standing ovation che non si vuole fermare, neanche quando prende posto, vicino a D'Alema. Alla fine è la presidenza che ferma l'applauso, per far riprendere i lavori del congresso. Tra tanti leader uomini presenti e futuri del Pd, c'è da essere certi che ci sarà anche un leader donna. E si chiama Anna Finocchiaro.

www.unita.it

ps:
scusate ma questa devo dirla: ho ascoltato su youtube l'intervento di mario adinolfi del 18 aprile a roma, e mi è tornato in mente un passaggio del discorso finale di ieri fatto da fassino: non arriverà nel pd il primo populista a cercare di farsi spazio, perchè non avrà spazio (o qualcosa del genere, correggetemi se ho riportato male).
però il senso era quello: vanno bene i giovani (e mario adinolfi non lo è più) ma con meritocrazia e contenuti, assolutamente mancanti in quell'intervento che ho ascoltato stamattina. zero zero zero contenuti e solo demagogia allo stato puro.
come gli incantatori di serpenti, lui è un incantatore di giovani, e questo è una gran peccato (per i giovani che si fanno incantare).
non me ne vogliate, ma dopo aver ascoltato gente come bersani, damiano,  finocchiaro, lo stesso franceschini che mi è piaciuto moltissimo, poi d'alema, fassino grandioso ieri nel finale.... questo è solo  quello che mi viene da dire.
ma io, che sono vecchia, non mi faccio incantare da mario adinolfi.
continui a fare il provocatore in giro per il web che gli riesce meglio.
perchè questa terza area, gestita  dai personaggi che erano li il 18 aprile, non è certo nata con lui.
e soprattutto alla luce di questo, attaccare tutti sulla gestione politica  quando poi sei il primo che fa i giochetti da prestigiatore, beh... preferisco fassino e d'alema mille volte a lui, almeno loro sanno parlare e hanno qualcosa da dire.

postato da: lagrrr alle ore 22:56 | link | commenti (24)
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lunedì, 16 aprile 2007

lo so che non si fa


non si torna mai nei posti del passato, specialmente dopo che manchi da tanti anni, perchè è sempre una delusione.
però io ora ne sento un gran bisogno.
un luogo dove anche da adolescente andavo a rifugiarmi nei fine settimana invernali, da sola.
dove ho incontrato il mio primo grande amore.
un luogo che sicuramente ha cambiato in parte il suo volto, specialmente per quanto riguarda la popolazione locale.
si sono sempre un pò approfittati della presenza dei confinati, non è una popolazione di pescatori, oramai credo siano rimasti in pochi ad uscire con i pescherecci, quasi tutti affittano barche e materiale per sub, e i prezzi delle stanze in affitto sono lievitati.
però sugli scogli, da punta eolo a punta dell'arco, a parte qualche costruzione in più, nulla è cambiato.
la natura sarà sempre la stessa, il profumo del finocchietto selvatico e della mentuccia, le passeggiate lungo via olivi fino al semaforo per vedere il tramonto, le macchine che non circolano, punta eolo (lo dice il nome stesso) battuta dal vento, il mare che si infrange....
ecco, io qui vado.  due km di isola. un'immersione nella natura, quello di cui ho bisogno.
bisogno immenso di rigenerarmi,  come soltanto in mezzo alla natura, la più aspra, so fare.

ma non adesso. tra una settimana.
prima di questa tappa  sarò a firenze, a sentire il primo (e ultimo) congresso dei ds.
la cosa mi interessa moltissimo.
avrò da leggere e riflettere parecchio, a ventotene.
il prossimo post, al mio ritorno.
e buon tutto a tutti.

 



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professione avvoltoio

Professione avvoltoio

Furio Colombo


Mai - in un Paese democratico - è stato così macabro il mestiere di fare opposizione. Viene espressa senza pudore costernazione (l´ex ministro degli Esteri Fini alla Camera) e anche risoluta indignazione (l´intervento di Magdi Allam alla trasmissione «Annozero») per il ritorno dell´ostaggio Mastrogiacomo vivo. Ogni giorno che passa si capisce di più che i nostri colleghi di opposizione alla Camera e al Senato erano pronti a una solenne iniziativa bipartisan intorno alla salma, prima di richiedere, con corruccio e con bandiera sullo sfondo, le dimissioni o l´impeachment di Prodi e D´Alema in quanto mandanti dello sgozzamento di Mastrogiacomo.

Il violento attacco a Gino Strada era già pronto. Se salva tutti è un fiancheggiatore. Se non salva nessuno è un incapace e un dilettante che ha rubato il gioco agli esperti.

È andata male ma per la professione avvoltoio non tutto è perduto. Il progetto è di sostenere l´azione di guerriglia antigoverno buttando avanti due cadaveri l´autista e l´interprete di Mastrogiacomo.

Qui il rito ricorda l´antica cerimonia Parsi praticata un tempo a Bombay: esporre i cadaveri su una griglia in cima a una altura fino a che saranno stati del tutto sbranati dai lugubri uccelli addetti alla funzione.

Nella nostra disgraziata repubblica il compito di nutrire con i cadaveri l´assalto al governo se lo sono assunti deputati e senatori della diroccata casa delle libertà guidati, questa volta, da Gianfranco Fini.

Gianfranco Fini ha fatto così il suo debutto con tre caratteri distintivi che - se esistesse un sistema giornalistico normale - dovrebbero identificarlo per sempre.

I tre caratteri sono il furore per aver salvato la vita di Mastrogiacomo, l´uso di falsa citazione presentata come fonte esclusiva («Io so quello che dico» significa possesso di informazione o documento) e l´impetuoso schierarsi con altro governo (sceglie Karzai contro Prodi, fatto raro per un ex ministro degli Esteri) nel momento in cui descrive, come se vi avesse assistito, un conflitto fra il primo ministro afghano, detto anche «il sindaco di Kabul» per la modesta area afghana che riesce a governare, e il presidente del Consiglio italiano.

Il leader di Alleanza Nazionale sembra ora la voce-guida di un partito transnazionale italo-afghano, forse copiando inconsciamente il modello assai più nobile dei radicali di Pannella. Infatti nel discorso accusatorio di Fini, l´uomo delle Seychelles (è appena tornato, molto abbronzato da una sua spensierata vacanza) si fa portavoce di altro governo. Anzi, più che del primo ministro Karzai, Fini parla a nome del capo dei Servizi segreti afghani quando grida, con un linguaggio da processo di Verona «so quel che dico!» e agitando fogli di carta intestata della Camera, come se fossero documenti riservati. Saetta nell´aula del Parlamento italiano la parola «ricatto». È il modo in cui lo statista Fini definisce e descrive l´impegno del governo italiano, e in particolare di Prodi e D´Alema per salvare un cittadino italiano. «Ricatto», parola estrema per significare il livore seguito all´avvenuto salvataggio - mentre tutti i bipartisan aspettavano la salma - è nel retro pensiero oscuro e incattivito di Fini, una serratura a due scatti. Prima si apre, perché Karzai, pressato, si convince a liberare cinque detenuti di seconda fila della guerra locale (nessuno, fra gli influenti alleati, gli permetterebbe di tenere a Kabul personaggi-chiave del terrorismo internazionale). E quei cinque detenuti sono la vita di Mastrogiacomo.

Poi la serratura ha un secondo scatto e si chiude quando, anche a nome di altri paesi ma certo non dell´Italia, i deputati e senatori di Berlusconi e di Fini fanno una tale canea sul salvataggio di Mastrogiacomo, da suggerire un tradimento italiano. Viene detto e ripetuto alla Camera e al Senato italiano che - con i buoni uffici del pro-talebano Gino Strada - i cinque liberati sono la punta di diamante del conflitto che spacca il mondo. Vengono usate e agitate voci di burocrati americani e inglesi anonimi e di quarto livello per screditare ogni sforzo del governo italiano per l´altro ostaggio, Adjmal, che durante le manifestazioni dell´opposizione italiana contro il governo di questo paese è ancora vivo, ancora salvabile.

Ma tramite l´euforica intesa scattata tra parlamentari italiani, ora guidati da Fini, e i Servizi segreti afghani, Karzai riceve il messaggio. Il messaggio, urlato nelle due aule parlamentari italiane era: mai più aprire le carceri di Kabul. L´hanno avuta vinta, nessuno è uscito e Adjmal è morto.

È una vicenda che non toglie nulla all´orrore del comportamento talebano. Ma ridistribuisce i pesi della tragedia, qualcuno salva e qualcuno condanna a morte. Come ha detto a Santoro la sera di giovedì in tv un soldato israeliano «la nostra posizione è trattare sempre, trattare con tutti. In un paese in cui tutti sono soldati, ogni soldato deve sapere che non sarà abbandonato». E infatti, alcuni nostri colleghi dell´opposizione erano presenti quando padri, madri e sorelle dei soldati israeliani tenuti in ostaggio da Hamas e da Hezbollah sono venuti a Roma, alla commissione esteri del Senato, per dirci «aprite qualunque canale, con chiunque, noi tratteremo».

Vivono in un Paese in cui non si pratica il gioco della salma e l´aggressione più violenta a chi si permette di salvare gli ostaggi.

* * *

E qui ci confrontiamo con il più vile dei comportamenti di cui mai si sia macchiata la parte detta "Opposizione" di un Parlamento democratico: la stretta alleanza fra certi deputati e senatori italiani da un lato e Servizi segreti afghani dall´altro per la denigrazione del chirurgo italiano Gino Strada e la espulsione della sua organizzazione Emergency (quasi due milioni di vite salvate). E´ lo stesso Gino Strada, descritto come un fuorilegge allo sbando su tutti i giornali di Berlusconi e nel Parlamento italiano, a cui l´altra settimana la cantante americana Joan Baez, arrivata bene informata dal suo paese, ha dedicato il concerto di Roma. Contro Gino Strada sono state tentate due strade di attacco. La prima di essere un incompetente e un dilettante che si impiccia di compiti che spettano alle istituzioni. Ma le istituzioni, saggiamente, hanno chiesto aiuto al solo personaggio credibile ed estraneo alla guerra in tutta quella parte del mondo. E Mastrogiacomo è tornato a casa vivo.

Allora il patto d´acciaio fra opposizione della Repubblica italiana e servizi segreti afghani ha tentato la seconda strada: Gino Strada è un fiancheggiatore. L´offesa è grande, perché investe non solo una persona coinvolta su vasta scala e da molti anni in una missione umanitaria celebre, rispettata, onorata nel mondo, ma l´intero governo italiano e tutte le sue istituzioni che hanno chiesto a Gino Strada di addossarsi la missione di salvezza.

Ma - come si è detto - la violenza dell´accusa cala come un macigno sulla speranza di salvezza dell´ostaggio afghano Ajmal. La mano assassina dei talebani e la fiera fermezza che finalmente ha preso il sopravvento contro i piagnoni del salvare le vite hanno la responsabilità congiunta del delitto.

Naturalmente l´accusa a Gino Strada, espressa con una sola voce da deputati e senatori italiani e da Servizi segreti talebani è il ricatto finale. Impedisce la liberazione di Ramatullah Hanefi, l´uomo che ha agito su incarico e per conto del governo italiano e ha salvato il giornalista italiano. Ma in Italia c´è chi lo accusa perché lo aspettava in compagnia della salma per dire: «Vedete? Dovevano pensarci i Servizi...». E c´è - spiace dirlo - chi non si indigna al punto di esigere la liberazione immediata di Ramatullah Hanefi per l´onore del governo italiano, che Hanefi ha rappresentato e che per questo è detenuto. Chiedo, da senatore, con una lettera inviata oggi al mio gruppo e al presidente Marini, di incontrarlo al più presto a Kabul per verificare le sue condizioni.

furiocolombo@unita.it

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sabato, 14 aprile 2007

altro che lucchetti dell'amore



e chiavi buttate nel fiume.
le chiavi portatele qui, e lasciate in pace ponte mollo.

Per Rahmat, con Emergency a Roma

APRIAMO ALLA PACE
Una chiave per Rahmat, un gesto contro la guerra
Roma, venerdi' 20 aprile, P.za Farnese alle ore 18.

Tutti i cittadini sono invitati a portare con se' una chiave e a
consegnarla ai volontari e amici di Emergency che saranno presenti.
Una chiave, un oggetto comune che chiunque puo' avere in casa e che
non usa piu' ma che significherebbe ribadire la richiesta per
l'immediata liberazione di Rahmatullah Hanefi.
Tutte le chiavi e i messaggi che si vorranno lasciare saranno
raccolti e destinati a chi dal 20 marzo 2007 tiene prigioniero Rahmat
e con lui un progetto di pace per tutto il popolo afgano.

Per Rahmat, con Emergency in Italia:

- Sabato 14 aprile alle ore 16.30 in piazza Duomo a L'Aquila

- Sabato 14 aprile dalle ore 16 in piazza della Repubblica a Perugia

- Sabato 14 aprile dalle ore 16 in Piazza Pretoria a Palermo

- Sabato 14 aprile dalle 17 alle 20 in Piazza Unita', di
fronte al Municipio, a Trieste

- Sabato 14 aprile dalle ore 10.30 alle ore 20 presidio in Piazza San
Domenico a Napoli, partecipa Alex Zanotelli

- Sabato 14 aprile in P.zza De Ferrari a Genova alle ore 17

- tutti i giorni in Piazza Castello a Torino

- Sabato 14 aprile a Matera in Piazza Vittorio Veneto, dalle ore 18
alle ore 22

- Sabato 14 aprile in Piazza Umberto a Bari dalle ore 11 alle ore 21

- Sabato 14 aprile dalle 16 alle 20 in Piazza Prefettura a Catanzaro

- Sabato 14 aprile dalle 10 alle 20 in Piazza Costituzione (fronte
scalinate Bastione San Remy) e dalle 16 alle 24 in Piazza Deffenu a
Cagliari

- Sabato 14 aprile a Venezia, in campo Ss. Geremia e Lucia (sotto la sede
regionale RAI, a 300 m. dalla stazione ferroviaria) dalle 14 alle 19

- Sabato 14 aprile dalle ore 10 alle ore 13 a Firenze in piazza della
Repubblica e dalle ore 14 alle ore 19 in piazzetta Bambini e Bambine
di Beslan (di fronte alla Fortezza da Basso)

postato da: lagrrr alle ore 06:35 | link | commenti (4)
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venerdì, 13 aprile 2007

amici miei, anzi: amiche mie

così eravamo stamattina io barbara e rosellina, al tuo funerale.
abbiamo cercato di non guardarci troppo....
non ci veniva mica da piangere, no: abbiamo cazzeggiato (anche in silenzio) per tutto il tempo.
ci bastava guardarci negli occhi, chiederci come ci fossi finita tu alla montessori, passata dalle elementari alle suore e poi anche al liceo.
un intermezzo che, come dicevamo oggi, ci ha marchiate a vita. in bene, chiaramente.
incredibile.
ti ho sentita 20 giorni fa appena tornata da milano.
avevo approfittato per andare a salutare anna, che mi ha detto che eri stata male di nuovo.
ci eravamo ripromesse che sarei venuta a trovarti, appena ti fossi sentita un pò meglio.
ma insomma, anche tu sentivi che te ne stavi andando, e ci siamo salutate raccontandoci al telefono gli ultimi due anni.
te ne sei andata e ci hai lasciate come tre coglione.
tua mamma erano almeno 35 anni che non mi vedeva, così come le tue sorelle, che appena hanno capito chi fossimo ci hanno buttato le braccia al collo. come se non ci fossimo mai perse di vista.
ora siamo rimaste noi tre, anzi quattro con benedetta, ma lei vive a new york, e se non fosse per barbara che la sente ogni tanto, di lei non avremmo più notizie.
insomma, eravamo 6 ragazzine, abbiamo vissuto i tre anni delle medie sempre tutte e 6 appiccicate.
io e laura culo e camicia, le due laure; tu amica più di tutte con rosellina, barbara di benedetta.
ma alla fine io te e rosellina litigavamo, barbara e benedetta se la ridevano, figurarsi laura.
però eravamo sempre tutte assieme.
11 anni fa se ne è andata laura.
e i ricordi oggi sono affiorati, ricordi divertentissimi.
abbiamo passato insieme gli anni migliori.
e oggi,  alla vista di massimo (che mi sono fatta indicare perchè non lo avrei mai riconsciuto), unico esemplare maschio della nostra scuola presente al tuo saluto, siamo rimaste a bocca aperta.... perchè era un bel ragazzino e adesso è un gran bel uomo, come gli ha detto barbara  un uomo distinto... ma il piacere di rivedersi, anche se in quel contesto, è stato enorme.
ci siamo ripromessi di risentirci e vederci, anche con giacomo.
(barbara è quella che ha studiato del gruppo, insieme a te. però barbara è matta come un cavallo, tu la più "posata" di tutte, con quella faccina angelica ma grande stronzetta, in senso buono.... e dal preside infatti ci finivamo sempre noi. barbara è antropologa, sempre in giro per il mondo, con le sue tre figlie e il marito medico. rosellina pittrice, benedetta truccatrice di teatro. laura era prima assistente fotografa di un famoso fotografo di moda. unica impiegata tristissima, io. tu, ilaria, editor di micromega e national geographic).


ecco, tre coglione che domenica sera si vedranno, perchè sempre barbara ha detto, cazzeggiando (ma non troppo): ma vi immaginate chi sarà la prossima?
mentre facevamo i dovuti scongiuri, e dicendo a rosellina che poteva essere lei vista la sua caduta da cavallo di questi giorni, abbiamo deciso che intanto non facciamo passare altro tempo per rivederci. il tutto chiaramente ridendo.

ciao ilaria, anche tu sarai li con noi, stanne certa.

postato da: lagrrr alle ore 18:29 | link | commenti (4)
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giovedì, 12 aprile 2007

io sto con lui.

Il macabro gioco

Furio Colombo


Per mettere un po’ d’ordine nel polverone di questi giorni su Afghanistan, ostaggi, omicidi e sciacallaggio, fatti veri (pochi e ignorati), un fiume di disinformazione e l’impressionante, intollerabile video di Mastrogiacomo prigioniero, della barbara uccisione del suo autista trasmesso ieri sera dal Tg 1, userò due riferimenti. Uno è il testo classico e purtroppo non riletto del grande esperto di Afghanistan Peter Hopkirk.

Il suo libro «Il grande gioco» (Adelphi, 1990, 2004) racconta un secolo di sanguinose sconfitte inglesi in Afghanistan. Ecco l’inizio di uno dei capitoli chiave (pag. 309): «Le terribili notizie recate dal messaggero della morte, come venne soprannominato il corriere militare, raggiunsero il governatore a Calcutta. Per lui fu un trauma che lo invecchiò di dieci anni. La situazione era precipitata rapidamente. Appena poche settimane prima la situazione a Kabul era saldamente sotto controllo; e adesso l’intera politica era allo sfascio. Non solo il tentativo d’insediare in Afghanistan un governo compiacente era miseramente fallito. Ma un’orda di pagani aveva sbaragliato la massima potenza del mondo. Per l’orgoglio e il prestigio inglesi era un colpo devastante».

Siamo nel diciannovesimo secolo ma l’immagine così tetra ed efficace può essere quasi esattamente sovrapposta a un articolo del New York Times del 10 aprile. Racconta di una colonna olandese che attraversa un’area ritenuta pacificata (Surk-Murghab) sotto la guida del capitano Abdul Rakhman, dell’intelligence afghana, e improvvisamente abitanti dei villaggi, anziani, donne col burka azzurro, bambini, soldati, talebani (che però nessuno riesce a distinguere dai contadini) fanno fuoco da tutte le parti. Fermano, feriscono, uccidono.

Non sappiamo se chi ha portato la notizia a Kabul sia stato soprannominato “messaggero della morte”. Certo dichiara al giornalista del Times C.J Chives: «Si combatte a ovest, a sud, a nord e se tenti di passare anche i pastori ti sparano. Forse molti talebani si nascono sotto i burka azzurri che vedi svolazzare a mezza costa quando ti avventuri dentro le valli».

«Il grande gioco» non era un libro di avventure alla Kipling anche se scritto negli stessi anni del vano e tentato dominio inglese. Ma i russi, allora e appena pochi fa, erano caduti nella stessa trappola mortale. E adesso tutta l’Europa e tutta l’America, se stiamo al “reporting” di tanti giornali. Non tutti i giornali.

Il mio secondo spunto è infatti un sorprendente editoriale di Magdi Allam (Corriere della Sera, 10 aprile): «Sayed Agha e Adjmal, due cadaveri di troppo che non è possibile occultare e tacere (...) due vite spezzate in una trama che ruota intorno all’Italia, di natura terroristico-politica. Ecco perché l’Italia non può tirarsi indietro». Come non tirarsi indietro? Ecco le condizioni dettate da Magdi Allam: primo, l’Italia dovrebbe ritirare l’incredibile proposta di coinvolgere i talebani nella conferenza di pace per l’Afghanistan. È un’idea. Ma come persuadere Karzai che ha appena dichiarato (Cbs-Tv, 6 aprile) di volere i talebani afghani (non gli stranieri) a un tavolo di pace, se mai si farà?

Secondo, l’Italia dovrebbe impegnarsi a non consentire mai più il pagamento di riscatti o cedere in alcun modo alle richieste delle bande terroristico-criminali. Non possiamo consentire che sia lo stesso Stato a pagare con danaro pubblico il riscatto ai terroristi. Cattivo gusto o cattivo umore nei confronti del collega di una testata concorrente appena appena liberato tramite - si dice - pagamento di riscatto? In ogni caso strana dimenticanza per tante liberazioni debitamente pagate da altro governo italiano e (anche in questi giorni) da altri governi europei per festeggiare e celebrare liberazioni.

Si direbbe che l’orrenda condanna a cui sono stati sottoposti i due compagni di avventura di Mastrogiacomo suggerisca una strana idea di giustizia all’editorialista che stiamo citando: è meglio che siano uccisi tutti. Viene fatto di pensare che si tratta di una conclusione più pulita e più nobile.

C’è, ovviamente, un punto forte di coincidenza tra ciò che dice Allam e ciò che la maggior parte di tutti noi pensa: gli assassini sono assassini e le famiglie delle vittime vanno aiutate. Ma non c’è alcuna coincidenza quando Magdi Allam sostiene: «La maggior parte degli italiani vorrebbe che il nostro governo recuperasse la credibilità dello Stato, la cultura dell’interesse nazionale, il primato della civiltà occidentale che non mercanteggia sul diritto alla vita». La frase è allarmante perché afferma: ci siamo macchiati di colpa grave. Mastrogiacomo doveva morire, lasciando a tutti noi l’incombenza delle dovute celebrazioni.

Perché ci è sembrato sconvolgente l’editoriale di Magdi Allam? Non solo perché, accostandolo al libro di Hopkirk di un secolo fa e all’articolo del New York Times di ieri, si vede bene che l’editoriale va per una sua strada solitaria e invoca Armageddon, la guerra finale fra il male ed il bene. Non rivela alcun rapporto con fatti e persone (morti e vivi) che in realtà rischiano, si tormentano, cercano di salvarsi o di sopravvivere e sanno che non la vittoria (difficile da definire ai nostri giorni) ma la pace, o almeno la non guerra, o una qualche forma di difficile accordo, garantiscono un po’ meglio “il diritto alla vita”.

Ma anche perché tutte le espressioni forti e risolute dell'editoriale in questione («Un fiume di denaro per pagare i riscatti»; «questo approccio spregiudicato ha portato alla decapitazione dell’interprete e dell’autista di Mastrogiacomo»; «La civiltà occidentale non mercanteggia sul diritto alla vita») autorizzano e anzi anticipatamente approvano ogni attacco, anche il più brutale, al governo italiano che, costi quel che costi, ha salvato la vita a Torsello e ha salvato la vita a Mastrogiacomo. E autorizza ogni attacco a Gino Strada che, attraverso il suo uomo Ramatullah Hanefi, ha «mercanteggiato» (si può usare una espressione più denigratoria a carico di qualcuno che, nella sua vita, ha “mercanteggiato” - ovvero ha chiesto e ottenuto un mare di donazioni spontanee - al fine di salvare un milione e mezzo di afgani, in gran parte bambini?) per far tornare a casa due italiani destinati a morire. Vi rendete conto che l’espressione “mercanteggiare” si accorda con l’accusa fatta dai servizi segreti talebani contro Ramatullah Hanefi, l’accusa di avere “organizzato” il rapimento di Mastrogiacomo, ovvero di essere uomo dei talebani, e che dunque spinge Gino Strada del cono d’ombra di sospetto e nella necessità (che sarebbe tragica per l’Afghanistan) di andarsene?

Brutta, a questo proposito, la dichiarazione di Emma Bonino che lascia sperare solo in una smentita oppure fa sorgere la domanda: perché non ha fermato Prodi, lasciato morire Mastrogiacomo e salvato il governo italiano dal “mercanteggiare”? Dice - con mia immensa sorpresa - la Bonino «io avevo seguito, da Commissario europeo, le esperienze di Gino Strada anche in Kurdistan e penso che abbia un atteggiamento così ambiguo, tra l’umanitario e il politico che si può puntare a qualunque illazione». È una frase grave detta da un ministro italiano che - come ministro - è solitamente cauto e, nella sua vita, si è trovata spesso protagonista di situazioni giudicate ambigue perché non coincidenti con modelli correnti e raccomandati. Purtroppo la Bonino aggiunge e chiarisce: «Gioca un ruolo ambiguo fra torturati e torturatori». Può una simile definizione descrivere altro che un criminale, in un mondo in cui la tortura non solo domina, ma è spesso strumento di governo? Detta da un esponente di rilievo del Governo italiano autorizza il Governo di Karzai a sapere che le nostre pressioni per liberare Hanefi dalle mani dei servizi segreti afghani sono solo finzioni diplomatiche per tenere calmi coloro che in Italia hanno fiducia, amicizia, gratitudine per Gino Strada. In realtà non contano niente. Un un normale governo occidentale del tipo descritto da Magdi Allam, che preferisce virilmente la restituzione del cadavere al ritorno “mercanteggiato” dell’ostaggio vivo, vorrebbe libero l’uomo di fiducia di un chirurgo ambiguo, uno che cerca di rimettere i bambini saltati sulle mine, in condizione di correre di nuovo dietro agli aquiloni ma in realtà «pratica una linea così poco limpida che si presta a qualunque gioco altrui»?

Trovo questa affermazione ingiusta e crudele, anche perché il solo gioco a cui Gino Strada si è prestato, il solo accostarsi alla politica nel senso del potere è stato di cedere (cedere, non di offrirsi) alla richiesta di Romano Prodi e dunque al gioco del Governo italiano. Non c’è nulla in questa vicenda (che è terribile per il sangue e la morte sul versante afghano, ma è terribile per la scandalosa insofferenza per una vita salvata sul versante italiano) che Gino Strada e Ramatullah Hanefi hanno fatto di propria iniziativa e per conto proprio. Se ambiguo vuol dire che Gino Strada non ha mai detto «viva la guerra» e non ha mai accostato la parola guerra alla parola civiltà, allora è bene ricordare che proprio questo distacco dalle due guerre sante ha consentito a Gino Strada di rischiare in proprio (e molto, insieme con Ramatullah, date le circostanze) per salvare una vita in più, oltre quelle della sua folla di pazienti afghani.

Prendiamo atto che - nonostante il disprezzo dedicato a piene mani a Gino Strada - (come se non bastasse, non solo non ha riguardo per i partiti e per la politica, ma si permette di salvare vite ogni giorno senza neanche essere santo) il governo italiano assicura di «fare tutto il possibile».

Gino Strada e Ramatullah Hanefi (la cui vita nelle carceri di Kabul non è tanto più al sicuro che sulle montagne dei talebani, se vogliamo credere alle corrispondenze di Carlotta Gal sul New York Times da quel Paese, e al testo di Hopkrik che ho appena citato) hanno certamente fatto tutto il possibile.

È bene che si sappia che alcuni di noi, che sono immensamente grati per il lavoro nel mondo di Gino Strada e per la salvezza prima del fotografo e poi del giornalista italiano, non pensano di restare disciplinatamente passivi se colui che ha rischiato la vita per il governo italiano viene dimenticato dal governo italiano nelle prigioni di Kabul, salvo sporadici "reminders" del nostro bravo ambasciatore.

È bene dire lealmente e chiaramente che una così difficile storia di sangue che si è aperta con la salvezza di un ostaggio deve chiudersi con la salvezza di chi ha salvato l’ostaggio. Parlo da membro del Parlamento. Avendo reso possibile con il nostro voto un vasto e costoso sostegno a Karzai, abbiamo il dovere di chiedere a Karzai la libertà dovuta al mediatore del governo italiano. Sia chiaro che ci è impossibile lasciar perdere.

furiocolombo@unita.it

postato da: lagrrr alle ore 12:03 | link | commenti (7)
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